Schola Cantorum

Gavino Gabriel: cent'anni di musica e d'amore

 

 

Riassumere in poche parole chi fosse Gavino Gabriel non è cosa da poco: una vita così lunga, ma soprattutto vissuta con tanta intensità avrebbe bisogno di ben altra penna per essere degnamente raccontata e quindi apprezzata.
Tuttavia, se anche mi fosse stato dato di dilungarmi più a lungo, probabilmente non me la sarei cavata meglio, e i lettori si sarebbero trovati davanti ad un lungo e noioso elenco di date e vicende che avrebbero reso poca giustizia all’amico gallurese.
Proverò perciò a raccontare di lui concentrandomi sui grandi amori della sua vita: la musica e la Sardegna. Amori peraltro inscindibili, perché la Sardegna amata da Gabriel è la Sardegna che canta, che suona, che “ è satura di musicalità”.
Gavino promette bene sin da piccolo, per questo da Tempio, dove nasce nel 1881, viene mandato a studiare al “Liceo Dettori” di Cagliari e poi a Pisa, dove si laurea in Lettere discutendo con Giovanni Pascoli una tesi sperimentale sulle origini della critica estetica letteraria. Da questo momento inizia a scrivere un gran numero di saggi, articoli giornalistici, collabora con quotidiani e fogli mensili.
In quegli stessi anni, la musica fa ufficialmente ingresso nella sua vita, e lo fa in pompa magna: nel 1913 viene rappresentata al Filangieri di Torino La Jura, un’opera lirica della quale egli è autore sia del libretto sia della partitura. L’anno seguente questa storia d’amore (finito in tragedia…) ambientata tra Luogosanto e Arzachena va in scena al Lyceum di Milano, con notevole successo di critica. Ciononostante, Gabriel dovrà attendere ben quindici anni perché La Jura approdi anche nella sua terra. Alla fine della prima guerra mondiale Gavino torna a casa, e qui stringe i primi stretti contatti col coro di Aggius.
La permanenza nel suo paese lo porta a compiere approfondite ricerche sulla taxa, il canto gallurese per eccellenza, un canto che inneggia all’amore, alla natura, ma anche un canto religioso che viene eseguito ogni qualvolta ci sia festa. A Gabriel il merito di aver tentato per primo di trascrivere questi canti, ma anche di averne composti egli stesso di grande valore. La mente dello studioso e l’animo del poeta-musicista convivono in lui in perfetta simbiosi, stimolandosi a vicenda in un fervore creativo e innovativo che lo spingono a guardare costantemente lontano.
Ed ecco che Gavino decide di portare il coro di Aggius in giro per il mondo: i canti di Gallura varcano l’oceano, e lo fanno affiancati da chi può presentarli al pubblico al meglio, proteggendoli allo stesso tempo da facili folklorismi. Parallelamente alle attività legate alla Sardegna, si sviluppano le sue rivoluzionarie idee relative alla didattica della musica. Già nel 1924 pubblica Il Grammofono educativo e Programmi didattici col Grammofono educativo, nei quali espone le sue idee circa l’apprendimento della musica basato sull’ascolto e non solo sulla pura teoria.
Questo diventerà uno dei temi chiave del Gabrieldocente, e passerà attraverso un trattato di rieducazione dei maestri elementari, per approdare nel 1962 ad uno sperimentale Corso di educazione musicale che verrà portato nelle scuole, con tanto di sei dischi di corredo. Ma come ho detto all’inizio, quello di Gabriel per la musica è un amore immenso, un amore a tutto tondo, che lo porta nel 1928 a fondare la Discoteca di Stato, ovvero l’Ente Nazionale nel quale vengono raccolti e conservati documenti sonori provenienti da tutte le regioni d’Italia.
Per la musica tradizionale si tratta di un momento epocale, e ancora una volta l’artefice è l’indomito, infaticabile studioso tempiese. Lascio i lettori con una definizione che lo stesso Gabriel darà di se stesso nell’introduzione al suo libro Cardi Sardi, che più di ogni altra aiuta a comprenderne il percorso di vita: “Nella valle di Balàscia, scavata fra costole dirupate del Limbara, nell’alta Gallura si accampava ai tempi della mia infanzia una torma di asini selvatici, splendidi ma esiziali campioni d’indipendenza, che distruggevano orti e seminati e, catturati, ricalcitravano indomabili a ogni fatica. I pastori agricoltori, decisa la campagna di liberazione, li abbatterono tutti meno uno, sterminando la razza. Io, l’ultimo asino di Balàscia scampato alla strage, ritornando da un vagabondaggio semisecolare per il mondo alla mia sconfinata se pure minuscola tanca natìa, ho trovato i pascoli verdi della mia giovinezza tramutati in aridi campi di “caldiccia”, di isradicabili cardi selvatici.” Gabriel si spegne nel 1980, all’età di novantanove anni.

 

 

     
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